Publikation Soziale Bewegungen / Organisierung Rosa Luxemburg e la Participatione al Governo

La lotta pratica vera e propria si divide in tre momenti: lotta sindacale, lotta per le riforme sociali e lotta per la democratizzazione dello Stato capitalistico. Queste tre forme della nostra lotta sono socialismo in senso proprio? Assolutamente no. [...] Che cosa fa di noi allora un partito socialista nella nostra lotta quotidiana? È solo il riferimento di queste tre forme della lotta pratica allo scopo finale. Solo lo scopo finale è quello che forma lo spirito e il contenuto della nostra lotta socialista, che ne fa una lotta di classe

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Mai 2006

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Al congresso della SPD che si tiene a Stoccarda nel 1898, Rosa Luxemburg osserva:

 La lotta pratica vera e propria si divide in tre momenti: lotta sindacale, lotta per le riforme sociali e lotta per la democratizzazione dello Stato capitalistico. Queste tre forme della nostra lotta sono socialismo in senso proprio? Assolutamente no. [...] Che cosa fa di noi allora un partito socialista nella nostra lotta quotidiana? È solo il riferimento di queste tre forme della lotta pratica allo scopo finale. Solo lo scopo finale è quello che forma lo spirito e il contenuto della nostra lotta socialista, che ne fa una lotta di classe.[1]

 Nell’unità fra scopo finale e politica quotidiana può appunto essere individuato il cardine della visione luxemburghiana [2]. La scelta di indirizzare un’analisi del dibattito odierno sulla partecipazione al governo dei partiti di sinistra lungo queste due direttrici: 1) come viene definito lo scopo finale e 2) se e come l’esperienza di governo possa avvicinare il traguardo, non vuole essere un omaggio rituale alla Luxemburg, ma risponde piuttosto all’esigenza di sottrarre un tema così controverso (lo è da sempre, nella teoria marxista e nel movimento socialista/comunista [3]) alla polemica politica, per restituirgli una prospettiva di più ampio respiro.

La riflessione che segue non è a tutto campo, ma si restringe a due esperienze nazionali: quella italiana e quella svedese. Nel primo caso, l’interesse si giustifica per il livello avanzato del ragionamento portato avanti negli ultimi anni dal Partito della Rifondazione Comunista (PRC) sulla forma e sulla natura del partito politico, sui movimenti e sul rapporto tra politica e società [4]; questo stesso partito, tuttavia, adesso si ritrova “ingabbiato” in un’alleanza con la coalizione di centro-sinistra guidata da Romano Prodi che prevede, a differenza di quanto accadde al tempo del primo governo Prodi, l’ingresso nel governo.

Il caso svedese, dal canto suo, permette di esaminare le tensioni che inevitabilmente attraversano un partito (il riferimento è al Vänsterpartiet, V, Left Party) erede della tradizione comunista, tuttora anticapitalista e che, allo stesso tempo, da anni fornisce, insieme con i Verdi, quell’appoggio esterno indispensabile per la sopravvivenza del governo socialdemocratico. [5]

Non vi è dubbio che la contraddizione sia più stridente per Rifondazione Comunista: un partito “movimentista”, per usare un ossimoro, che si spartisce le poltrone ministeriali e le cariche istituzionali con forze liberali, quando non liberiste, e/o clericali... Più “naturale” appare l’alleanza del Partito di Sinistra svedese con il SAP (Socialdemokratiska Arbetare Partiet, Partito Operaio Socialdemocratico), che, è superfluo ricordarlo, non ha mai messo in discussione il sistema capitalista, ma è stato pur sempre l’artefice di fondamentali conquiste sociali e di genere. In realtà il quadro non è così semplice; dal 1994, quando sono tornati al potere dopo tre anni di governo borghese, i socialdemocratici hanno attuato una politica di risanamento finanziario che non ha eguali nei paesi dell’OCSE e che ha comportato tagli al Welfare, privatizzazioni, deregulation etc. Molti, anche tra le fila del SAP, hanno denunciato una “svolta di sistema”, frutto della mutazione genetica che avrebbe irreparabilmente stravolto l’identità della socialdemocrazia svedese. [6]

È possibile conciliare l’orizzonte anticapitalista e la condivisione di responsabilità con un partito che sembra aver sposato in pieno la causa del neoliberalismo? [7] Questo è l’interrogativo che l’esperienza del Partito di Sinistra svedese sollecita, e che ora anche Rifondazione Comunista dovrà inevitabilmente affrontare. Per citare ancora Rosa Luxemburg (Riforma sociale o rivoluzione?), il punto è, oggi più che mai, capire come evitare di sfracellarsi navigando

fra due scogli: fra l’abbandono del carattere di massa e l’abbandono dello scopo finale, fra ricadere nella setta e precipitare nel movimento riformista borghese, fra anarchismo e settarismo.[8]


2. Rifondazione Comunista: dal movimentismo all’alleanza col centro-sinistra

Il congresso di Rifondazione Comunista del 2002 è stato segnato da grandi speranze (e da accesi scontri). Davanti all’emergere del movimento altermondialista, il segretario del partito, Fausto Bertinotti, ha scelto la rottura con una certa tradizione comunista tanto sul piano dei bilanci storici – il fallimento dell’esperimento sovietico è stato denunciato senza indugi – quanto nell’impostazione del rapporto con i nuovi soggetti sociali. Qui la discontinuità è davvero rimarchevole, e merita piena attenzione. Rifondazione non ha preteso di diventare il “referente politico” dei movimenti, né semplicemente di “dialogare” con loro; Rifondazione ha scommesso a tal punto sulla novità politica manifestatasi da Seattle in avanti da essere disposta a ridiscutere la sua stessa identità e la sua stessa organizzazione alla luce dell’incontro con i movimenti; il dibattito sull’ “autoriforma” del partito è stato il lascito più prezioso di quel congresso. [9]

Ma è rimasto lettera morta. Le attese sono andate deluse. Che cosa non ha funzionato? Da un lato, la minor visibilità mediatica dei movimenti – inevitabile, nel passaggio da una fase di esordio segnata da manifestazioni imponenti, a una fase di stabilizzazione – ha ridato fiato a chi, dentro Rifondazione, era restio a mettere in gioco ruolo e struttura del partito; ma occorre riconoscere che una discussione sistematica e trasparente sul rapporto del partito con i movimenti non è mai riuscita a decollare, e forte è rimasta la tentazione “egemonica”. Dall’altro, l’involuzione antidemocratica del governo Berlusconi si è fatta così minacciosa da indurre il vertice del partito (ma anche molti militanti) a riconsiderare i rapporti con il centro-sinistra. Non bisogna dimenticare che dal 1998 in avanti Rifondazione è stata incessantemente bersagliata in quanto colpevole di aver fatto cadere il governo Prodi, e quindi di aver spianato la strada a Berlusconi. Se avesse scelto di presentarsi alle elezioni autonomamente, la reazione dei media, ma anche di molti cittadini comuni, sarebbe stata durissima, e nell’urna il partito avrebbe pagato pesantemente la sua condotta “irresponsabile”.

E così, dopo tre anni passati a discutere di movimenti, e del loro impatto sulla vita del partito, come una coperta di piombo è calata la decisione di stringere un’alleanza con la coalizione di Prodi, assumedosi, in caso di vittoria, responsabilità di governo.

L’accordo era inevitabile. Se nel 2001, quando Berlusconi vinse le elezioni, qualcuno poteva pensare che tra i due schieramenti non vi fossero differenze sostanziali, i cinque anni di governo del centro-destra hanno dimostrato che una delle due coalizioni condanna a morte l’Italia, assicurandole un futuro da Argentina, l’altra, con tutti i suoi limiti (politici, intellettuali e personali), non attenta alla democrazia e alla sopravvivenza del paese.

La questione, dunque, non è se la scelta di stringere un’alleanza di governo con Prodi sia fondata o meno; più interessante è capire come si è arrivati a una decisione che certo non è stata indolore per il partito e che cosa Rifondazione può sperare di “portare a casa”.


3. Le motivazioni dell’accordo

Viene spontaneo notare un’analogia con ciò che è avvenuto in Svezia nel 1998: il governo socialdemocratico modifica il sistema pensionistico che ha rappresentato per quarant’anni il fiore all’occhiello del Welfare State svedese [10]. La riforma, in cantiere da tempo, era ineludibile, stante i mutamenti demografici; ne sono persuasi anche i suoi critici. Tuttavia, è diffusa l’interpretazione che, con quella riforma, il SAP abbia svenduto i “gioielli della corona” e tradito la propria anima; non solo perché adesso una parte della pensione è legata al mercato azionario, ma anche per il modo tecnocratico con cui il processo decisionale è stato condotto. Qui sta la vera, radicale, rottura con la storia socialdemocratica [11].

In modo non dissimile, la leadership di Rifondazione impone una linea che, realisticamente, non ha alternative, ma, anziché parlare in modo schietto e lineare ai suoi militanti, si esibisce in ardite argomentazioni. Nella mozione Bertinotti (L’alternativa di società) approvata dal congresso 2005, così viene spiegato l’accordo:

La costruzione di una democrazia partecipata in cui si possa trasformare la critica dei movimenti in una alternativa politica e programmatica di sinistra è la sfida fondamentale di fronte a noi. [...] Il problema della partecipazione al governo di una forza antagonista in un paese europeo va collocata in questo quadro. [...] Nella nostra strategia, il governo non è una scelta di valore ma una variabile dipendente dalla fase. Il governo, cioè, non è l’obiettivo o lo sbocco della politica di alternativa ma può essere un passaggio necessario. In Italia la sua necessità nasce da una precisa congiuntura politica: l’esigenza improrogabile di sconfiggere il governo Berlusconi [...] il PRC e la sinistra di alternativa devono saper passare anche per l’esperienza di governo in funzione della crescita qualitativa dei movimenti [...] [12]

Con queste acrobazie verbali – il tentativo di far passare il ritorno alla supremazia della politica istituzionale come un momento strategico nel processo di sviluppo dei movimenti – Rifondazione, o meglio: la sua leadership, si disfa della sua gemma: lo sforzo, teorico e, a livello embrionale, organizzativo, di avviare l’autoriforma del partito, con tutta l’innovazione politica che vi era connessa; un progetto a cui aveva guardato con interesse l’intera sinistra europea [13]. Trionfa, insomma, la vecchia politica.

È vero, nel documento di maggioranza abbondano i riferimenti to the new social movements, ma essi sono così frequenti da alimentare il sospetto that the true purpose is to reassure those (and they aren’t few) who are puzzled because of the sudden party-shift from a nearly fusion into the movements to the alliance with the Union. L’opera di legittimazione della nuova linea insiste sulla fiducia di ottenere risultati importanti, traducibili in primo luogo in maggiori opportunità per i movimenti di far valere le proprie istanze [14]. Sarebbe facile replicare che Prodi non ha dato prova, né in Italia né in Europa, di essere particolarmente sensibile alle rivendicazioni sociali (per tacere delle questioni di genere) e che, ahinoi, i movimenti sono, da un pezzo, alquanto silenti, non solo in Italia.

Un’argomentazione più elaborata delle ragioni della svolta è sviluppata da Mimmo Porcaro, che parte dall’analisi dello stadio (deprimente) dell’economia italiana:

The decision of the PRC is founded both by the necessity to defeat the Centre-Right alliance as well as by the conviction that in the light of the deep crisis of the Italian (and of the European) economy it will no longer be possible for the new government to repeat the experience of the former Centre-left alliance, meaning the policy of a “cushioned”, of a soft neoliberalism that leaves the forming of the social and economic relationships to the market, and on the contrary only tries to alleviate the negative effects of this policy on the lower-income groups. In the opinion of the PRC, this crisis is so grave that “centralized solutions” are no longer possible, but rather a decision is required between a hard, even more brutal neoliberalism than the previous one, and of a gradual exit from the neoliberal model that has determined European policy for almost 20 years now [15]. 

Tuttavia, se si guarda alla mozione Bertinotti, si nota come i temi economici siano affrontati in modo alquanto generico (l’economia è uno dei punti deboli del partito [16]; il che è sconsolante, per una forza che, ancora, si richiama a Marx, ma è un problema non solo italiano) e come la ricetta proposta, sia, in buona sostanza, una politica socialdemocratica: income redistribution and State intervention. Perciò quando il documento programmatico del partito invoca

un nuovo ciclo politico-sociale [...] per uscire a sinistra dalla crisi delle politiche neoliberiste così come dal fallimento e dall’impotenza strategica del riformismo

è difficile non scrollarsi di dosso l’impressione che, in realtà, proprio nell’impotente riformismo si ricada. È in grado una politica socialdemocratica di contrastare la deriva autoritaria, da un lato, e la passività della classe imprenditoriale – vale a dire, la rinuncia a esercitare il suo ruolo di motore dell’innovazione e della crescita – dall’altro (e chissà che i due fenomeni non siano collegati)? O, più brutalmente, esistono in Italia le tradizioni storiche, le condizioni politiche e le risorse materiali per fare della socialdemocrazia (che, per inciso, dopo cinque anni di Berlusconi, a molti apparirebbe come la manna dal cielo) l’asse del progetto di Rifondazione, pur condito dalla retorica movimentista? Qui i problemi sono due: l’oggettiva difficoltà, per il partito di Bertinotti ma non solo, di tradurre in una proposta incisiva l’analisi sullo stato dell’economia nazionale e globale; la scarsa corrispondenza delle forze che compongono la coalizione guidata da Prodi ai percorsi e ai contenuti socialdemocratici.

4. The Swedish Left Party in trouble

The Left Party, che ha assunto nel 1990 l’attuale nome, eliminando dalla propria sigla la “K” che suggellava la fedeltà al comunismo [18], ha vissuto parecchi momenti difficili, negli ultimi anni. Nel congresso del 2002, Gudrun Schyman, la carismatica, ma anche discussa, chairman, che nel 1998 condusse il partito a un eccellente risultato elettorale (favorito dalla disillusione di molti elettori socialdemocratici verso il governo SAP [19]), pronuncia un discorso sulla morte del comunismo che suscita roventi polemiche. La Schyman, dopo poco più di due anni (dicembre 2004), se ne va “sbattendo la porta”, per poi fondare, nel 2005, Feministiskt Initiativ. La sua polemica si sviluppa dunque contro due eredità “ingombranti”: il comunismo e la cultura politica patriarcale [20].

Esplode il confronto tra i cosiddetti “rinnovatori” e i “tradizionalisti” (una dicotomia mediatica, che non rende giustizia alla complessità delle posizioni); il nuovo leader, Lars Ohly, si definisce comunista, attirandosi critiche dalle correnti del partito favorevoli alla definitiva rinuncia al comunismo come orizzonte, e da una parte dell’opinione pubblica. Quando, alla fine del 2004, un programma televisivo non solo denuncia le complicità dell’allora Partito Comunista svedese con l’URSS e il Komintern, ma mostra anche l’imbarazzo degli attuali leader a confrontarsi apertamente sul passato, sul Left Party si rovescia un torrente di accuse [21]. L’intento delegittimatorio è evidente, e si inserisce in una tradizione politica, come quella svedese, segnata da un vivo anticomunismo sia per il lungo predominio dei socialdemocratici (che non esitarono, negli anni della Guerra Fredda, a ricorrere a misure antidemocratiche per tenere sotto controllo i comunisti), sia per la vicinanza geografica all’URSS, che alimentò la paura  della minaccia rossa. In breve, il Left Party, che pure da tempo aveva avviato una discussione sul socialismo reale e sulla propria collocazione internazionale [22], si trova costretto a espiare e a dare continue garanzie di affidabilità.

È alla luce di questi fatti che vanno lette le profonde divisioni interne da cui il partito è lacerato, il tempo e le energie dedicate a discutere della propria storia, e dei propri errori, a scapito di uno sforzo di rinnovamento teorico, e l’atteggiamento in merito ai rapporti con i socialdemocratici.

The fact that the Left Party has been supporting for years from the outside a socialdemocratic government, for influencing from the left its politics, seems to be a solution confortable both for the SAP, whose leader, Göran Persson, has a very centralized way to run both the party and the government, and for the Left Party itself, which can reject the charge to have betrayed class struggle and can exert – at least, this is the leadership’s opinion – a wider influence. If the last party congress hasn’t left out the possibility to take part in a future government (but it’s not granted at all that the socialdemocrats will be the winners), even if only at certain conditions, that sounds more as tactics, due to the inner divisions, than as a real option.

E infatti alcuni degli esponenti del partito più favorevoli a un’alleanza di governo con il SAP se ne sono andati, e sembrano determinati a dar vita a nuove organizzazioni politiche [23].

5. Poco “movimentismo”, tanta socialdemocrazia

Se si esaminano i principali documenti del Left Party di questi ultimi anni, salta all’occhio la scarsa attenzione riservata ai movimenti sociali, che, per giunta, sono per lo più identificati con quelli tradizionali (lavoro, ambiente, donne, pace: temi, questi, ovviamente presenti anche nel movimento altermondialista, ma rielaborati e “assemblati” in modo nuovo). Viene magnanimamente riconosciuto che

new movements, organised by new generations or started in order to address new problems, must be allowed to developed on their own terms [24].

Ma quanto segue dopo poco rivela una scarsa apertura al nuovo:

No process of change towards a socialist society is conceivable without the strenght of a well-organised working class. Hence the trade union movement has a special role to play in any left wing strategy[...] [25].

Affermazione che si può anche condividere, ma soltanto dopo un’analisi di ciò che è oggi la working class, del ruolo del sindacato, e così via. Questioni che non possono essere date per scontate. A meno che l’obiettivo non sia semplicemente quello di sottrarre voti al SAP tra le fila degli iscritti al sindacato. Neppure nel discorso di apertura di Lars Ohly all’ultimo congresso (5-8 gennaio 2006) il movimento altermondialista trova spazio; non si va oltre, infatti, l’omaggio di rito ai governi di Uruguay, Brasile, Argentina, Venezuela e Bolivia, definiti il frutto della vittoria elettorale di movimenti popolari, la cui genesi e le cui peculiarità, tuttavia, non vengono neanche menzionate [26].

L’assenza può stupire, se si pensa che in realtà il partito, negli ultimi anni, ha lavorato, ad esempio, sulla democrazia partecipativa, cui sono state dedicate diverse, e importanti, iniziative [27]. Ma nella strategia dell’attuale leadership sembra che soltanto la democrazia rappresentativa meriti una riflessione e che non sia avvertita l’esigenza di andare oltre [28] (che non significa, ovviamente, pensare di poter fare a meno della democrazia rappresentativa). Questa impostazione può contribuire a spiegare perché, nell’analisi delle relazioni internazionali e nel discorso ambientalista, la posizione dello Swedish Left Party appaia più arretrata di quella di Rifondazione Comunista, che da anni ha messo in discussione categorie come “imperialismo” e “sviluppo sostenibile”, ancora in uso, invece, nel partito svedese [29].

Al di là delle dichiarazioni di principio, a che cosa punta il Left Party? Si direbbe a difendere the classical Swedish model, the one built up from the end of the 1950s to the beginnings of the 1970s [30]. The party indeed seems to have taken the place of the old SAP; non è una critica, ma piuttosto la constatazione di un cambiamento, che ovviamente non coinvolge solo il partito svedese. L’accento è posto su full employment – 200.000 new jobs in the public sector are required [31], even if someone, also in the very party, questions the realism of such a program, both for it’s not explained how to finance it, and for it’s judged out of date – e potenziamento del Welfare, che deve essere regolato by the principles of solidarity and universality (that is, following Marx, “from each according to his/her abilities, to each according to his/her needs”[32]).

A disitnguere il Left Party dal partito socialdemocratico restano, e non è poco, la maggior enfasi posta sul femminismo e la netta opposizione all’UE. As to the first point, the party has to face the challenge of Feministiskt Initiativ; that’s why it continuously stresses the importance of feminism, which inspires the whole party program and every party document; but it’s not simply electoral tactics, as since 1996 congress, the party self-definition is: “a socialist and feminist party”. Furthermore, also the HBT (homosexual, bisexual, transexual) claims gain an important space. On EU Left Party’s criticism is very strong. Swedish membership is a very controversial issue: the SAP and LO (the union) leadership are in favour of it; that’s why it’s not so easy, for the Left Party, to keep together the alliance with SAP and the opposition to EU. The devide used is to leave such a point out of the agreement among the socialdemocrats, the Left Party and the Green Party.

6. Scopo finale, programma di governo e politica quotidiana

Lo scopo finale del Left Party è chiaramente enunciato nel Party Program: 

Socialism is the implementation of an economic and political democratic system. The socialist goal is the liberation of mankind. [...] The introduction of socialism requires the abolition of capitalism.

Ma la chiarezza si attenua subito dopo, quando si legge:

A socialist society can encompass different types of common ownership [...] private enterprise can also contribute towards the development of society.

E, poco oltre:

Every modern economy needs both planning and market mechanisms .

Prima abbiamo usato l’espressione “acrobazie verbali” in riferimento alla svolta istituzionalista di Rifondazione; ma anche the Swedish Left Party non scherza: va abolito il capitalismo, per instaurare il socialismo, che tuttavia può contemplare diversi tipi di proprietà tra cui quella privata. È qui che i condizionamenti della scelta filogovernativa (benché con la cautela dell’appoggio esterno) si fanno sentire più pesantemente: non la ricerca di un’economia radicalmente alternativa a quella di mercato impegna il partito, bensì il tentativo di far convivere l’anima anticapitalista e la libera iniziativa. Anche in questo, il Left Party sembra porsi come erede della socialdemocrazia svedese classica.

Quanto a Rifondazione (che, avendo stipulato un’alleanza di governo con Prodi, non presenta un proprio programma elettorale), vengono distinti due livelli: uno, più immediato, e più “locale”, che passa attraverso 1) il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e, in generale, una politica di pace,  2) il risanamento del paese dopo la “peste” berlusconiana, 3) riforme strutturali. Queste ultime possono essere interpretate come un ponte verso il livello di più ampio respiro, così concettualizzato:

Il programma di fase è la messa a fuoco delle visioni dell’altra Europa e, in esso, dell’altra Italia, una visione di come la prefiguriamo tra 10-15 anni [...] il rapporto con lo sviluppo dei movimenti è la leva principale seppure non sufficiente. [...] Due obiettivi strategici debbono dar corpo a questa prospettiva: la conquista della piena occupazione e la conquista di una cittadinanza universale [...] un nuovo stato sociale sopranazionale [34].

Riassumendo: nel caso svedese così come in quello italiano ciò che viene proposto è, non solo nell’individuazione degli strumenti – che, lo abbiamo visto prima, coincidono con una politica di redistribuzione delle risorse e di intervento pubblico, in primo luogo per la creazione di nuovi posti di lavoro – ma anche nell’indicazione della meta (lo scopo finale, come direbbe Rosa Luxemburg), la riedizione della socialdemocrazia, sia pure, per quanto riguarda Rifondazione Comunista, con un’accentuazione del significato dei movimenti totalmente estranea all’analisi del Left Party svedese.

Si potrebbe andare avanti con l’elenco delle contraddizioni interne al programma dei due partiti: uno aspira a un socialismo come è ovvio anticapitalista, che però non taglia fuori l’impresa privata; l’altro parla di Stato sociale sovranazionale, per poi dedicare una riflessione molto modesta, per usare un eufemismo, a come si potrebbe impostare quello nazionale; per tacere delle questioni di genere, che nel documento di maggioranza, e non solo, sembrano menzionate proprio solo per ragioni di politically correct. Non che in Rifondazione manchino dibattiti e sedi specifiche per affrontare le questioni di genere, ma quando si arriva al dunque...

Si potrebbe infine notare che entrambi i partiti sono piuttosto cauti nel denunciare la deriva liberale della “sinistra moderata” dei rispettivi paesi: in Lars Ohly’s opening speech, at the last Left Party congress, the socialdemocratic government is openly criticized only as to foreign policy, that is, its weakness towards USA and Israel arrogance [35]; Rifondazione, dal canto suo, ha evitato di rimarcare più di tanto la sua opposizione all’UE – quasi tutti i partiti dell’Unione di Prodi sono a favore, DS (Left Democrats) compresi – benché sia stata in prima fila, con i movimenti, nelle dimostrazioni contro il trattato costituzionale e, più in generale, contro la filosofia che ispira il progetto europeo.

Arriviamo così al dunque. Dopo la sintetica descrizione e discussione dello “scopo finale” dei due partiti, resta da interrogarsi su quale potrà essere lo scenario della lotta politica quotidiana che li attende. E questo non può essere anticipato dai rispettivi programmi (il cui contenuto abbiamo riassunto nella formula “riedizione della socialdemocrazia”), bensì da ciò che i loro alleati dichiarano di voler fare e, soprattutto, da ciò che realisticamente potranno fare.
 Il caso svedese, da questo punto di vista, è il più semplice.

L’incognita maggiore è, ovviamente, il risultato elettorale: non è affatto scontata la riconferma dei socialdemocratici e, soprattutto, i pronostici sono da un pezzo decisamente sfavorevoli per il Left Party. È chiaro che un risultato negativo acuirebbe e le divisioni interne e la diffamazione esterna, mettendo il partito in una posizione debole nei confronti del SAP.

Dall’altra parte, però, sta il fatto che i socialdemocratici hanno impostato la campagna elettorale sul Welfare State e sulla lotta alla disoccupazione; certo, si può mettere in dubbio la loro credibilità, visto che sono stati gli artefici, negli anni Novanta, del ridimensionamento del settore pubblico e che hanno ridotto il loro impegno sul versante delle politiche attive del mercato del lavoro, ma il loro indirizzo, di cui soltanto dopo le elezioni si potrà dire se tattico o strategico, è quanto meno rivelatore del sostegno di cui il Welfare gode ancora presso l’elettorato.

A ciò si aggiunga l’andamento positivo dell’economia svedese negli ultimi anni, che fa dichiarare a molti osservatori: “possiamo essere soddisfatti”, pur non sminuendo il persistente problema della disoccupazione. In sintesi, lo “scopo finale” del Left Party sarà pure la vecchia, “modesta”, socialdemocrazia, e non un programma rivoluzionario, ma almeno in un contesto politico-economico come quello svedese, la lotta politica quotidiana ha qualche chance di essere agganciata ai traguardi che il partito si pone.

Ben più complesso è la situazione in cui si trova ad agire Rifondazione Comunista. Per non far perire la spinta al rinnovamento che ha vivificato il partito negli ultimi anni (sia pure al prezzo di lotte interne autolesionistiche), si tenta di canalizzarla nella costruzione del Partito della Sinistra Europea. Si legga la seguente riflessione di Mimmo Porcaro:

La costruzione di una forma di organizzazione fortemente innovativa rispetto al carattere centralistico-verticale della tradizionale forma partito appare essere [...] una condizione della buona riuscita del processo di costruzione di Sinistra Europea-sezione italiana. Essa necessita di una forma di organizzazione fortemente innovativa [....] per dichiarare nel modo più credibile e persuasivo che gli intendimenti di Rifondazione Comunista non sono strumentali ma sostanziali, anzi che Rifondazione Comunista stessa intende procedere alla propria autotrasformazione [corsivo mio] [36].

Ma che effetto avrà la partecipazione al governo su questo progetto? Giova ricordare che Prodi, la cui coalizione è sempre stata pericolante, a causa dell’eterogeneità  delle forze che la compongono (e dell’arroganza di alcune di esse, in particolare “La Margherita”), con l’esigua vittoria – ammesso che così si possa chiamare – che ha riportato, dovrà faticare parecchio per “tenere insieme i pezzi”. On one side, the DS has completely denied their communist past, but they haven’t acquired a socialdemocratic attitude. So at the moment it’s very hard to see in them an ally for a program of wide reforms. On the other side, the catholic parties of the coalition often show a blackmailing position (and the DS, in their run-up to the Center, not seldom appear entirely dominated by them). Such awful mix makes many people quite pessimistic about the possibility for the PRC to get meaningful outcomes.

The Union program has been judged “radical”, “leftwing”, for it refuses a “2 steps” politics [37]: before sacrifices, and then solidarity; it stresses the priority of an income redistribution – to balance the aggressive policies introduced by Berlusconi, which have increased social inequalities – refuses the Italian involment in the Iraq war, implyes policies to safeguard labour (also by discouraging the exploitation of temporary jobs), but it evades the question of State intervention and it must also try to satisfy the Catholic parties of the coalition: that can explain the ambiguity as to Welfare State (a mix of modern policies and traditional social relief) and the weak reference to gender, and transgender, questions (the main criticism to the program has come from such a front) [38]. And one could remind many other controversial issues.

In conclusione, attraverso la situazione svedese e quella italiana possiamo osservare le difficoltà in cui si dibattono partiti che disegnano, in modo confuso e vago, un orizzonte socialista; che propongono una politica socialdemocratica e che stringono un’alleanza con forze che, soprattutto nel caso italiano, non danno sufficienti garanzie di appoggiare neppure una dignitosa politica riformista (con buona pace dello scopo finale). I limiti della leadership di questi, e di altri, partiti non bastano a spiegare perché, per la sinistra occidentale, la politica rischia di diventare un dilemma mortifero (o l’isolamento, per mantenere la purezza, o la complicità, con il sacrificio della propria “anima”); è la fase storica, all’insegna della guerra e del regresso al premoderno, il problema [39]. Una fase che, per le novità che comporta, chiama a soluzioni più incisive e innovative di una mera resurrezione della socialdemocrazia [40]. Forse sarebbe il caso di tornare a guardare ai movimenti, di riaprire il dibattito sul loro stato di salute, sulle difficoltà che hanno incontrato, sul loro rapporto con la politica. E di recuperare – in una organizzazione già esistente, o in una nuova da costruire – il vessillo dell’autotrasformazione del partito, come condizione necessaria per un’autentica riforma della politica.

Notes

[1] R. Luxemburg, Gesammelte Werke, herausgegeben von C. Zetkin und A. Warski, bd. III, Gegen den Reformismus, eingeleit und bearbeitet von P. Frölich, Berlin, 1931, p. 126, quoted in L. Basso, Introduzione a R. Luxemburg, Scritti politici, ed. by L. Basso, Roma, Editori Riuniti, 1976 (2a ed.; 1a ed. 1967), p. 31.

[2]  Cfr. L. Basso, op. cit., p. 29; see also O. Negt, Rosa Luxemburg e il rinnovamento del marxismo, in Storia del marxismo, diretta da E.J. Hobsbawm, G. Haupt, F. Marek, E. Ragionieri, V. Strada, C. Vivanti, vol. II, Il marxismo nell’età della Seconda Internazionale, Torino, Einaudi, 1979, pp. 318-355.

[3]  Nell’immensa bibliografia, si vedano almeno, come introduzione al tema, E.J. Hobsbawm, Gli aspetti politici della transizione dal capitalismo al socialismo, in Storia del marxismo, diretta da E.J. Hobsbawm, G. Haupt, F. Marek, E. Ragionieri, V. Strada, C. Vivanti, vol. I, Il marxismo ai tempi di Marx, Torino, Einaudi, 1978, pp. 248-287; M. Waldenberg, La strategia politica della socialdemocrazia tedesca, in Storia del marxismo, diretta da E.J. Hobsbawm, G. Haupt, F. Marek, E. Ragionieri, V. Strada, C. Vivanti, vol. II, Il marxismo nell’età della Seconda Internazionale, Torino, Einaudi, 1979, pp. 205-233.

[4]  See, for example, F. Bertinotti, Quindici tesi per una sinistra europea alternativa, presentate al Forum sociale europeo di Firenze, novembre 2002.

[5]  See H. Blomqvist, Utmana politikens förutsättningar (To challenge political conditions), “Tidsignal“, I, 2005, 1, pp. 8-10.

[6]  See, for example, Vad blev ni av, ljuva drömmar? (Che ne è stato di voi, dolci sogni?), ed. by E. Kokk, K. Gustavsson, S.-B. Ljunggren, Stockholm, Ordfront, 2002.

[7]  See K. Östberg, Inledning (Introduction), “Tidsignal”, I, 2005, 1, pp. 3-4.

[8]  R. Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, in Scritti politici cit., p. 205.

[9]  See: www.rifondazione.it, the section: congress.

[10]  See J. Pierre, B. Rothstein, Inledning (Introduzione), in Välfärdsstat i otakt. Om politikens oväntade, oavsiktliga och oönskade effekter (Un Welfare State non al passo coi tempi. Sugli effetti imprevisti, inintenzionali e indesiderati della politica), Malmö, Liber AB, 2003, pp. 5-7.

[11]  See U. Lundberg, Juvelen i kronan. Socialdemokraterna och den allmänna pensionen (I gioielli della corona. I socialdemocratici e la pensione pubblica), Stockholm, Hjalmarson & Högberg, 2003 and Å. Linderborg, K. Östberg, Inledning. En avreglerad socialdemokrati (Introduzione. Una socialdemocrazia deregolata), “Tidsignal”, 2005, I, 3, pp. 6-7.

[12]  Vedi L’alternativa di società, mozione approvata dal congresso 2005 di Rifondazione Comunista, primo firmatario Fausto Bertinotti, p. 4-5.

[13]  See, for example, D. Bensaïd, Förändring och alternativ (Cambiamento e alternativa), “Tidsignal”, I, 2005, 1, pp. 21-27.

[14]  Si veda il dossier Materiali per un governo possibile, “Alternative”, IV, 2006, 1, pp. 44-143.

[15]  Mimmo Porcaro, The radical Left and the problem of pluralism: the case of Italy, Contribution to the workshop of the Rosa Luxemburg Foundation Reform processes of left parties, December 16-18, 2005, Berlin.

[16] Un contributo importante, volto a colmare tale lacuna, viene da: A. Ricci, Dopo il liberismo. Proposte per una politica economica di sinistra, Roma, Fazi, 2004; di grande interesse è l’analisi, polemica verso l’economia politica “progressista”, contenuta in R. Bellofiore, J. Halevy, Tendenze del capitalismo contemporaneo, destrutturazione del lavoro e limiti del “keynesismo”, in Rive gauche. Critica della politica economica, a cura di S. Cesaratto e R. Realfonzo, Roma, Manifestolibri, 2006, pp. 53-80.

[17] Vedi L’alternativa di società cit., p. 1.

[18]  See AA.VV., På tröskeln till i morgon. Studier för politiskt arbete (Dalla soglia al domani. Studi per il lavoro politico), Stockholm, Vänsterpartiet, 2000, the chapter Segrar och nederlag – en kort partihistorik (Victories and Defeats – A Short Party History), pp. 124-161.

[19] See P. Borioni, Svezia, Milano, Unicopli, 2005, pp. 241-242.

[20]  See K. Ramqvist & P. Wirtén’s interview to Schyman, “Just nu ser jag inga hinder” (“Ora come ora non vedo alcun ostacolo”), “Arena”, 2005, III, 1, pp. 28-33.

[21]  See M. Einarsson, Demokratiuppfattning i Vänsterpartiets program 1917-2004, Stockholm, Vänsterpartiet, 2005, p. 3, but see the whole book, an useful summary of the Left Party programs from the beginning.

[22] AA.VV., Lik i garderoben? En rapport om SKP/VPK’s internationella förbindelser (Scheletri nell’armadio? Un rapporto sulle relazioni internazionali dello SKP/VPK), Vänsterpartiet, Lund, 1996 (2° ed., ampliata).

[23]  La campagna elettorale si può seguire sul sito del quotidiano liberale “Dagens Nyheter” (www.dn.se), che dedica una sezione alla campagna elettorale in corso (riksdagsvalet), in cui sono raccolti alcuni articoli sui vänsterdemokraterna, esempio delle spinte centrifughe che attraversano il partito.

[24]  See Party Program, adopted by the 35th congress of the Left Party 19-22 Feb. 2004, the section International Perspectives, in the chapter The Path Ahead.

[25]  See above, the section Inside and Outside the Parliament, in the same chapter.

[26] See Lars Ohlys tal till kongressen (Lars Ohly’s Speech to the Congress), dal sito del Vänsterpartiet (kongress 2006), p. 7.

[27] Vedi il sito di America Vera-Zavala, una degli esponenti del partito più impegnati sul fronte dei movimenti.

[28]  See Party Program, the chapter Power to the People.

[29] See above, the chapter An Unjust World (“what is typical of our times is aggressive imperialist expansion. Imperialism is a global system of economic interaction”) and the section Sustainable Development and Fair Distribution, in the chapter International Cooperation. Nella mozione Bertinotti ci si riallaccia invece a quell’ambientalismo che “tesse una critica ai modelli ‘sviluppisti’ anche nella versione moderata che parla di ‘sviluppo sostenibile’ “. Vedi L’alternativa di società cit., p. 4.

[30] See M. Quirico, The fall of Swedish mode?, “Teoria politica”, XXI, 2006, 1, pp. ..........

[31] See Vänsterpartiet valplattform 2006 (dal sito del partito), p. 1.

[32]See above, pp. 3-6.

[33] See the section Historical Premises and Potentials for the Future, in the chapter The Path Ahead.

[34] Vedi L’alternativa di società cit., pp. 5-6.

[35] See Lars Ohlys tal... cit., p. 4.

[36] M. Porcaro, Breve nota a partire dalla discussione nel seminario del 12 gennaio, promosso dall’Associazione Punto Rosso, sul tema della forma di organizzazione che Sinistra Europea-sezione italiana potrebbe utilmente adottare, p. 2.

[37] You can see the program either on www.rifondazione.it or on www.liberazione.it.

[38] See “Liberazione”, 20th of February, 2006.

[39] Per una discussione della “concrete historical situation”, rimando all’approfondita analisi di M. Brie, The Left – what can it aim for? Politics under the conditions of financial-market capitalism, Berlin, Rosa Luxemburg Foundation, 200??, the thesis 1,2 and 3.  

[40]  See above, the thesis 4, 5 and 6.